Stanchezza dopo i 50: 5 passi per recuperare energia e vitalità

C’è chi a 45 anni è già a pezzi e chi a 85 lavora ancora la terra

L’età conta, ma evidentemente non racconta tutta la storia.

Basta guardarsi intorno.

Ci sono persone che a metà dei quarant’anni si sentono già finite: sempre stanche, doloranti, senza fiato dopo due rampe di scale e con il divano diventato praticamente un membro della famiglia.

Poi trovi l’ottantacinquenne che alle sette del mattino è già nell’orto, sposta cassette, sistema la terra, cammina avanti e indietro e magari, prima delle nove, ha fatto più movimento di noi negli ultimi due giorni.

Naturalmente questo non significa che a 85 anni dovremmo essere tutti pronti a zappare un ettaro di terreno.

L’età esiste e il corpo cambia.

Con il passare degli anni possono diminuire massa muscolare, forza e capacità di recupero, soprattutto se smettiamo progressivamente di utilizzare ciò che abbiamo.

Ma compiere 50 anni non attiva automaticamente la modalità “batteria scarica”.

Quando compare una sensazione continua di stanchezza, prima di attribuire tutto all’età vale la pena osservare cinque elementi molto concreti: sonno, movimento, alimentazione, stress e capacità di recuperare.

Ed è proprio da qui che possiamo partire.

1. Dormire non significa sempre recuperare

Puoi passare otto ore a letto e svegliarti comunque con l’espressione di chi ha trascorso la notte a traslocare un pianoforte.

Le ore contano, ma conta anche come dormi.

Risvegli continui, russamento importante, alcol la sera, pasti enormi prima di coricarsi, stanza troppo calda e telefono acceso fino all’ultimo secondo possono rendere il riposo molto meno efficace.

Il primo obiettivo, quindi, non è semplicemente dormire di più.

È cercare di dormire meglio.

Può essere utile:

  • mantenere orari abbastanza regolari;
  • evitare cene gigantesche poco prima di andare a letto;
  • ridurre l’alcol nelle ore serali;
  • lasciare riposare anche il telefono;
  • dormire in un ambiente fresco, tranquillo e buio;
  • esporsi alla luce naturale durante il giorno.

E no, guardare altri diciassette video perché “tanto ormai non dormo” difficilmente migliorerà la situazione.

2. Se ti muovi meno, avrai ancora meno voglia di muoverti

Quando siamo stanchi tendiamo a risparmiare energia.

Ci sediamo di più.

Camminiamo meno.

Prendiamo l’auto anche per tragitti che potremmo quasi fare rotolando.

Il problema è che il corpo si adatta molto bene a ciò che gli chiediamo.

Se gli chiediamo continuamente di stare fermo, diventa bravissimo a stare fermo.

Dopo i 50 anni mantenere il movimento quotidiano e la forza muscolare diventa ancora più importante. 

Non significa allenarsi per le Olimpiadi né presentarsi il lunedì mattina in palestra convinti di recuperare vent’anni in quarantacinque minuti.

Significa continuare a usare il corpo.

Camminare.

Fare le scale.

Muovere le articolazioni.

Fare esercizi di forza adeguati alle proprie capacità.

Alzarsi più spesso dalla sedia.

Muoversi con continuità.

Chi trascorre molte ore davanti a una scrivania conosce bene quella combinazione di spalle rigide, cervicale e stanchezza che sembra accompagnarti fino a sera. Ne abbiamo parlato anche in Addio stress da ufficio a Ravenna.

Il principio resta piuttosto semplice:

il corpo conserva meglio ciò che continua a utilizzare.

L’ottantacinquenne dell’orto non è necessariamente un fenomeno genetico.

Forse, molto banalmente, non ha mai smesso completamente di muoversi.


3. Mangiare per avere energia, non perché lo dice l’orologio

Anche sull’alimentazione abbiamo costruito automatismi curiosi.

Sono le otto?

Bisogna fare colazione.

Sono le tredici?

Bisogna mangiare.

Sono le sedici?

Merendina.

Sono le venti?

Cena.

Fame o non fame, l’orologio ha parlato.

Ma il corpo non timbra il cartellino.

Se una mattina ti svegli senza fame, non è obbligatorio infilarti nello stomaco qualcosa solo perché “si è sempre fatto così”.

Ogni tanto lasciare trascorrere qualche ora senza mangiare, se ci si sente bene e non ci sono condizioni che lo sconsigliano, è cosa ben diversa dal sottoporsi a digiuni estremi.

Potremmo chiamarlo semplicemente:

non mangiare quando non abbiamo fame.

Concetto rivoluzionario, apparentemente.

Il problema opposto è altrettanto comune: mangiare continuamente, mangiare troppo e arrivare a ogni pasto già pieni perché nel frattempo abbiamo inserito snack, assaggi e bevande caloriche.

Alla fine il calo di energia arriva comunque.

Solo che arriva accompagnato dalla digestione.

Un pasto enorme può lasciare pesantezza e sonnolenza. Per molte persone è più piacevole mangiare quantità ragionevoli e lasciare un intervallo naturale tra un pasto e l’altro.

Non esiste però un numero magico di pasti valido per tutti.

C’è chi sta bene facendo colazione e chi preferisce mangiare più tardi.

La domanda utile non è:

“Che ore sono?”

ma:

“Ho realmente fame?”

Quando mangi, punta soprattutto su alimenti semplici e riconoscibili:

  • uova;
  • pesce;
  • carne;
  • riso;
  • patate dolci o americane;
  • mais non OGM;
  • quinoa;
  • grano saraceno;
  • verdure;
  • frutta;
  • frutta secca;
  • legumi, quando ben tollerati.

Se scegli il mais, puoi preferire prodotti con provenienza chiara e dichiarati non OGM.

Le patate dolci o americane rappresentano invece un’alternativa interessante alle patate comuni e appartengono a una famiglia botanica diversa.

Una fonte di proteine, carboidrati scelti con criterio e alimenti poco elaborati costituiscono una base decisamente più interessante della sequenza:

cappuccino – brioche – caffè – biscotto – caffè – merendina – caffè.

A quel punto non stiamo più gestendo l’energia.

Stiamo semplicemente facendo manutenzione alla macchinetta del caffè.

Anche bere abbastanza acqua conta.

Prima di acquistare la confezione nera con scritto ULTRA ENERGY POWER 50+, magari controlliamo se da stamattina abbiamo bevuto due bicchieri d’acqua.

E quando stress e alimentazione cominciano a viaggiare insieme, spesso è anche la digestione a presentare il conto. Su questo tema abbiamo dedicato un approfondimento a stress, fame nervosa e pancia gonfia.

4. Quando è la testa a consumare le batterie

Non tutta la stanchezza arriva dai muscoli.

Una parte arriva dalla testa.

Lavoro, problemi economici, telefonate, scadenze, famiglia, notifiche e preoccupazioni possono mantenere il sistema nervoso continuamente in allerta.

Fisicamente sei seduto.

Mentalmente stai correndo una maratona inseguito da una raccomandata, tre bollette e qualcuno che continua a scriverti:

“Hai un minuto?”

Alla lunga si sente.

Lo stress può interferire con il sonno, aumentare la tensione muscolare, modificare l’appetito e lasciare quella strana condizione in cui sei stanco ma non riesci a rilassarti.

Se ti accorgi che questa stanchezza aumenta soprattutto nei periodi di lavoro intenso, abbiamo già approfondito il rapporto tra tensione e quotidianità nell’articolo dedicato allo stress lavorativo e ai rimedi per il benessere. 

Per recuperare energia, quindi, non bisogna necessariamente aggiungere qualcosa alla giornata.

Qualche volta bisogna togliere.

Una passeggiata senza telefono.

Un po’ di silenzio.

Musica.

Una doccia o un bagno caldo.

Stare all’aperto.

Mezz’ora durante la quale nessuno ci chiede niente.

Sembrano cose banali.

Probabilmente è proprio per questo che non possono essere vendute in una confezione da 39,90 euro.

5. Recuperare significa anche imparare a fermarsi

Abbiamo sviluppato un rapporto abbastanza strano con il riposo.

Se lavoriamo dodici ore siamo produttivi.

Se andiamo in palestra siamo disciplinati.

Se riempiamo ogni minuto della giornata siamo persone impegnate.

Se ci fermiamo un’ora, invece, sembra quasi che dobbiamo chiedere scusa.

Ma il recupero fa parte dell’attività.

Un muscolo ha bisogno di recuperare.

Il sistema nervoso ha bisogno di recuperare.

Anche la testa, ogni tanto, gradirebbe che qualcuno spegnesse le luci.

Ed è qui che possono trovare spazio anche attività dedicate esclusivamente al rilassamento.

Un massaggio Thai Relax con olio, per esempio, non sostituisce il movimento, il sonno o una buona alimentazione.

 

E soprattutto non cancella in sessanta minuti tre mesi di stress.

Il pulsante “ripristina impostazioni di fabbrica” sul corpo umano, purtroppo, non lo abbiamo ancora trovato.

Può però creare uno spazio nel quale fermarsi, rallentare e lasciare andare almeno una parte della tensione accumulata.

Se il problema è arrivare a sera con il corpo fermo ma la testa ancora accesa, ne abbiamo parlato anche in Dalla scrivania al lettino: quanto dura davvero l’effetto “Zero Pensieri”?.

A volte pensiamo di avere bisogno di più energia.

In realtà abbiamo bisogno di smettere, almeno per qualche momento, di sprecarla.

Stanchezza persistente: quando non dare semplicemente la colpa all’età

Se la stanchezza è intensa, compare improvvisamente, dura per settimane o continua a peggiorare, liquidarla con un semplice “sono gli anni” non è una buona idea.

La stanchezza persistente può avere molte cause e, in alcuni casi, merita una valutazione professionale.

Il buon senso funziona in entrambe le direzioni.

Non serve trasformare ogni sbadiglio in una malattia.

Ma neppure ignorare per sei mesi una stanchezza importante pensando che a 52 anni sia arrivato il momento di arrendersi.

I 5 passi per recuperare energia e vitalità

In sintesi:

1. Migliora il sonno.
Non contare soltanto le ore. Cerca qualità e regolarità.

2. Continua a usare il corpo.
Cammina, mantieni la mobilità e non trascurare la forza.

3. Mangia quando serve, non automaticamente.
Ascolta anche la fame, evita di mangiare continuamente e scegli alimenti semplici.

4. Riduci il rumore mentale.
Lo stress può lasciarti esausto anche senza aver mosso un dito.

5. Recupera davvero.
Riposo e relax non sono tempo perso: fanno parte dell’equilibrio.

Dopo i 50 anni il corpo cambia, certo.

Ma non esiste una scadenza impressa sulla fronte.

C’è chi a 45 anni si sente già vecchio e chi a 85 continua a lavorare la terra.

Non possiamo controllare tutto.

Ma possiamo evitare di contribuire personalmente alla demolizione.

L’obiettivo non è necessariamente zappare l’orto a 85 anni.

È arrivarci senza sentirsi già pensionati dal proprio corpo a 45.

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